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Festività: cibo, felicità e socialità

Festività: cibo, felicità e socialità

7 December 2025 735 views

Le festività si avvicinano e con esse anche i momenti di convivialità con parenti ed amici.
Pranzi e cene, spesso abbondanti, possono causare stress e la preoccupazione di mettere su chili di troppo.
Ma, c’è un ma.
Mangiare bene, in maniera equilibrata e scegliendo cibi di qualità è una regola fondamentale, che va sempre rispettata per tutelare il nostro stato di salute.
Tuttavia, momenti di convivialità e di condivisione, con cibi particolari che non mangiamo abitualmente, possono essere – di tanto in tanto – un buon strumento per tutelare la nostra longevità. Perché una delle chiavi della longevità è proprio la felicità, il buon umore.


L’importanza del cibo di qualità e dell’equilibrio dell’asse microbiota – intestino – cervello.
Una dieta specifica e un mirato e personalizzato utilizzo di supplementi nutraceutici possono aiutare a orientare l’umore verso la positività.
Da sottolineare, all’opposto, come una dieta ad alto indice e carico glicemico, ricca di prodotti altamente industrializzati e povera di fitonutrienti e antiossidanti, alteri negativamente il microbiota e risulti strettamente collegata all’insorgenza di stati depressivi, ansiosi e disturbi comportamentali.

Un corpus di ricerche in rapida crescita mostra, infatti, che il microbiota intestinale è collegato al cervello in una relazione bidirezionale, comunemente chiamata asse microbiota–intestino–cervello. L’evidenza suggerisce che questo asse svolge un ruolo chiave nella regolazione della funzione e del comportamento cerebrale.
Poiché la dieta è, indiscutibilmente, uno dei fattori più significativi che influenzano la struttura e la funzione del microbiota intestinale umano, il microbiota intestinale è un elemento essenziale del puzzle.
L’asse intestino–cervello stabilisce con successo che il benessere del cervello è strettamente correlato al corretto funzionamento dell’intestino.


La gratificazione che deriva dal cibo
È però altrettanto vero che il cibo di per sé rappresenta un fattore estremamente gratificante, tant’è che in situazioni di cattivo umore si è portati a consumare i cosiddetti “comfort food”, che raramente includono broccoli e verdure amare ma più facilmente rientrano nella categoria dei “junk food” (dolci, merendine, biscotti, soft drink, salatini ecc.). Ippocrate (che raramente ha espresso concetti errati) affermava: “È preferibile un cibo anche un po’ nocivo, ma gradevole, a un cibo indiscutibilmente sano, ma sgradevole”.

I salutisti potrebbero obiettare e non condividere questa affermazione, che tuttavia deve essere contestualizzata: ai tempi di Ippocrate i cibi “anche un po’ nocivi” non erano certo paragonabili a quelli odierni, densi di molecole completamente estranee al metabolismo umano. Allo stesso tempo, però, vi è un fondo di verità in questa affermazione, e lo dimostra l’“Effetto Roseto”.

L’effetto Roseto: cos’è?
Tutto ebbe inizio da una semplice conversazione tra un medico locale e un responsabile medico dell’Università di Oklahoma, i quali discussero del fatto che i problemi cardiaci sembravano quasi inesistenti a Roseto, una cittadina in Pennsylvania (USA) abitata prevalentemente da emigrati provenienti da Roseto in Puglia. In effetti, si scoprì che il paese abitato dagli italiani, nonostante la presenza di grandi fumatori e bevitori, era caratterizzato da una percentuale di decessi per attacco cardiaco molto più bassa rispetto a Bangor, un paese adiacente abitato da non italiani, pur condividendo con queste risorse quali acqua, cibo, medici, ospedali.

Inizialmente si pensò che la presenza di geni particolari negli italiani o di abitudini alimentari differenti potessero proteggerli dagli infarti, ma in realtà i Rosetani in Pennsylvania avevano praticamente abbandonato le abitudini mediterranee e anche l’ipotesi di un gene protettivo si rivelò infondata, poiché i Rosetani che si erano trasferiti in altre città non avevano conservato la salute come quelli rimasti a Roseto.

I ricercatori, che avevano pensato che la dieta mediterranea fosse la causa delle differenze rivoluzionarie, scoprirono che i Rosetani, che cucinavano con l’olio d’oliva prima di arrivare in Pennsylvania nel 1882, avevano iniziato a cucinare con lo strutto, una volta a Roseto. Inoltre, amavano la pasta e il vino, banchettavano con le salsicce e circa il 41% delle loro calorie provenivano dai grassi. Erano però soliti mangiare in compagnia, frequentando abitualmente la dimora dell’uno o dell’altro compaesano.

Per riassumere, la loro dieta non era neppure lontanamente una dieta “sana”, ma evidentemente consumare anche cibi non propriamente salutari in un contesto amicale e socialmente gratificante sembra attenuare l’eventuale impatto negativo dell’alimento.

La socialità: fattore chiave della longevità
Ciò è stato dimostrato anche da studi che hanno verificato che la produzione di cortisolo durante un pasto presenta un’estrema variabilità rispetto alla “compliance” del cibo e al contesto in cui viene consumato. In altre parole, mangiare un cibo in ufficio, in mezzo a colleghi fastidiosi, è molto diverso rispetto a consumare lo stesso pasto con la propria fidanzata in una terrazza vista mare.

Tuttavia, questo non deve indurre a pensare che sia opportuno uscire tutte le sere per gozzovigliare con gli amici, perché bisogna considerare un altro fattore che giocava a favore dei Rosetani: la presenza di reali legami, non solo ludici. Ogni evento era condiviso dall’intera comunità; le frequentazioni e collaborazioni tra vicini di casa erano numerosissime, così come le celebrazioni collettive di ogni tipo di ricorrenza. Questo, purtroppo, si è in gran parte perso ai giorni nostri.

Perché è importante coltivare forti relazioni familiari e sociali
Come abbiamo visto, coltivare la socialità e l’amicizia è uno dei principali fattori per la longevità in salute. Infatti, nelle Blue Zone, i centenari mostrano una forte attenzione nei confronti delle loro famiglie e mantengono legami profondi con i loro cari. Le relazioni sociali positive possono aiutare a ridurre lo stress e a promuovere la salute mentale. Infine, avere una vita sociale attiva e soddisfacente può contribuire a prevenire problemi di salute come la depressione e l’isolamento sociale.
A Loma Linda la Chiesa Avventista incoraggia e fornisce opportunità concrete perché i suoi membri si impegnino in attività di volontariato, spesso avviando programmi di assistenza formale per chi ha problemi finanziari o difficoltà a svolgere le normali attività quotidiane.
Gli abitanti di Okinawa, per esempio, hanno creato i “moai”, gruppi di cinque amici che si impegnano a sostenersi e frequentarsi per tutta la vita. Gli abitanti di Nicoya dedicano il loro tempo libero a stare con famiglia e amici.
Gli Ikariani, sebbene le case siano isolate, hanno un forte spirito di solidarietà familiare e mantengono interazioni e contatti frequenti con vicini, familiari e amici.


Anche in Sardegna esiste un forte supporto sociale. Se nel mondo occidentale un novantenne ha il 50% di possibilità di finire la sua vita in una casa di riposo (con un’aspettativa di vita di sei mesi, una volta ricoverato) nell’Ogliastra questo non avviene mai.

La solitudine può costare 15 anni di vita: il valore terapeutico dell’amicizia
Per la scienza l’amicizia non ha solo un valore psicologico ma anche fisico. Due antropologi dell’Università di Oxford hanno dimostrato che alla base del “sentimento” dell’amicizia c’è la produzione di un oppioide endogeno che funziona da neurotrasmettitore, contrastando gli effetti dell’ormone dello stress.
Spesso si dice che l’amicizia è un sentimento più comune tra gli uomini che tra le donne, ma questo non è vero, o almeno non dovrebbe esserlo. Infatti, uno studio condotto presso l’Università del Michigan ha dimostrato che l’amicizia tra donne aumenta la produzione di progesterone, un ormone anti-ansiogeno, a discapito di quella del cortisolo.


Questo effetto positivo potrebbe avere implicazioni importanti anche per le donne affette da cancro al seno, come emerge da un articolo pubblicato sulla rivista Breast Cancer Research and Treatment.
Inoltre, l’amicizia è in grado di allungare la vita. Analizzando più di 148 studi che consideravano la frequenza delle relazioni umane e l’impatto sulla salute, gli scienziati hanno concluso che avere pochi rapporti di amicizia può essere considerato un fattore di rischio per la salute equivalente a fumare 15,5 sigarette al giorno, peggio della sedentarietà e dell’obesità.


Infine, secondo gli scienziati americani dell’Ohio State University, gli stimoli sociali inducono la produzione del BDNF, un fattore di crescita che, tra l’altro, induce la trasformazione del grasso bianco in grasso bruno, dotato di attività termogenica.

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