Dieta: importante come si parla, non cosa si mangia
Quanto incidono le parole che usiamo con noi stessi sul rapporto con il cibo e con il corpo?
Come si costruiscono le convinzioni che finiscono per condizionare le nostre scelte?
E anche il raggiungimento – o meno – dei nostri obiettivi?
E perché, per cambiare davvero, non è sufficiente sapere semplicemente cosa mangiare, ma anche come parlare con se stessi?
A queste domande risponde la farmacista e biologa Rachele Lucci, autrice di “Oltre la dieta – Il metodo Neuro Coaching Nutrizionale® per ritrovare equilibrio tra mente, corpo ed emozioni”.
Al centro del volume non c’è l’ennesima dieta, ma la consapevolezza che il comportamento alimentare non possa essere separato dalle emozioni, dall’immagine di sé e dal modo in cui si vive il proprio corpo.
Mangiare non è soltanto un atto legato alla nutrizione, ma un comportamento complesso nel quale interagiscono segnali biologici, emozioni, sensazioni e vissuto personale.
Il libro approfondisce il dialogo continuo tra cervello e corpo, spiegando il ruolo della neuroendocrinologia e dell’ipotalamo nella regolazione della fame, della sazietà, del metabolismo e del comportamento alimentare.
Non occorre guardare solo a cosa si mangia e alle quantità
Quando si parla di alimentazione e di cambiamento delle proprie abitudini, l’attenzione viene spesso concentrata quasi esclusivamente su cosa mangiare, quanto mangiare e quali comportamenti adottare.
Eppure, secondo l’approccio del neurocoaching nutrizionale, esiste un altro elemento che può avere un ruolo importante nel percorso: il modo in cui una persona comunica con se stessa.
Le parole che utilizziamo, le immagini che abbiamo del nostro corpo, le sensazioni che associamo al cibo e il dialogo interno attraverso cui interpretiamo ciò che ci accade contribuiscono infatti a costruire una rappresentazione personale della realtà. Ed è proprio questa rappresentazione, più che la realtà oggettiva in sé, a orientare emozioni, decisioni e comportamenti.
Per raggiungere gli obiettivi occorre rivedere la propria comunicazione interna
La comunicazione efficace viene comunemente associata alla capacità di esprimersi, farsi comprendere o relazionarsi con gli altri. Ma esiste anche una dimensione interna della comunicazione, quella che riguarda il modo in cui interpretiamo ciò che viviamo e il modo in cui ne parliamo a noi stessi.
Dal punto di vista neurocognitivo, il cervello non registra la realtà come una fotografia oggettiva. Riceve informazioni attraverso i sensi, le collega alle esperienze precedenti e attribuisce loro un significato. Da questo processo nasce una rappresentazione soggettiva della realtà che contribuisce a determinare come ci sentiamo e come reagiamo.
Anche un alimento, un cambiamento del peso o un’immagine allo specchio possono assumere significati differenti a seconda della storia personale e delle associazioni costruite nel tempo.
Le parole possono attivare emozioni e comportamenti
Nel rapporto con l’alimentazione, alcune parole sono tutt’altro che neutre. “Dieta”, “controllo”, “sgarro”, “fame”, “grasso” possono evocare, in alcune persone, emozioni e sensazioni corporee immediate.
La parola “dieta”, per esempio, può indicare semplicemente un insieme di indicazioni alimentari. Ma se nella propria esperienza è stata associata ripetutamente a privazione, rigidità, rinuncia, fallimento o frustrazione, può essere sufficiente pronunciarla per riattivare quelle associazioni.
È questo uno degli aspetti affrontati dalla neurosemantica: il significato che attribuiamo a uno stimolo contribuisce a determinarne l’impatto sulla nostra esperienza.
Il punto, quindi, non è che una determinata parola abbia un effetto identico su tutti. È il significato personale associato a quella parola a fare la differenza.
Il dialogo interno può diventare una convinzione
Il dialogo e la comunicazione interna, con il tempo, possono diventare delle convinzioni. Un’esperienza, soprattutto se ripetuta o emotivamente significativa, può essere interpretata attraverso una frase. Se quella frase viene riproposta nel tempo, può trasformarsi in una convinzione.
La differenza è sostanziale.
“Questa volta ho mangiato più del previsto” descrive un episodio. “Io non ho controllo” definisce invece una caratteristica personale.
“Questa dieta non ha funzionato” riguarda una specifica esperienza. “Io non riesco mai a essere costante” diventa una definizione di sé.
È attraverso passaggi di questo tipo che un comportamento può finire per essere percepito non più come qualcosa che si fa, ma come qualcosa che si è.
Il linguaggio passa così dalla descrizione dell’esperienza alla costruzione dell’identità: “ho fallito” può diventare “sono una persona che fallisce”; “ho mangiato troppo” può trasformarsi in “non ho controllo”.
Quando una convinzione si lega all’identità, modificarla può diventare più complesso, perché non sembra più necessario mettere in discussione un semplice pensiero, ma ciò che si crede di essere.
Da dove nascono le convinzioni sul corpo e sul cibo
Le convinzioni non si sviluppano nel vuoto. Possono essere influenzate dalle esperienze personali, dai modelli familiari, dall’educazione, dal contesto culturale e dai messaggi ricevuti nel corso della vita.
Commenti apparentemente banali sul peso, sul cibo o sull’aspetto fisico possono acquisire significati importanti, soprattutto quando vengono ripetuti o associati a emozioni intense.
Frasi come “stai attenta a quello che mangi”, “se mangi così ingrassi”, “non mangiare troppo” possono contribuire, in alcuni contesti, alla costruzione di associazioni tra cibo, corpo, controllo e valore personale.
Non significa che una singola frase determini automaticamente un comportamento futuro. Significa piuttosto che le esperienze ripetute contribuiscono alla costruzione della mappa mentale attraverso cui la persona interpreta successivamente ciò che vive.
Cambiare comunicazione per rendere possibile il cambiamento
Il lavoro sulla comunicazione interna non consiste nel convincersi artificialmente che “va tutto bene” né nel sostituire ogni pensiero negativo con una frase positiva.
Il primo passaggio è molto più concreto: osservare il proprio linguaggio.
Quali parole vengono utilizzate quando si parla del corpo?
Come viene descritta la fame?
Che cosa significa personalmente “dieta”?
Come viene interpretato un pasto diverso dal previsto?
Si parla di un comportamento specifico oppure si tende a trasformarlo in un giudizio sulla propria persona?
Diventare consapevoli di queste modalità comunicative permette di distinguere l’esperienza dalla sua interpretazione e il comportamento dall’identità.
È un passaggio che può favorire una maggiore flessibilità: dalla colpa alla consapevolezza, dal controllo all’ascolto, dalla rigidità alla possibilità di esplorare alternative.
